sabato 26 maggio 2012


LA VECCHIA DELLA STRADA


Tutte le mattine, puntualmente, la vecchia era lì. Quegli occhi terribili, infossati nelle orbite ossute, arrossati e spalancati: non mi davano tregua. Era come sempre nella stessa posizione, a due passi dal negozio di orologi, il bastone serrato nella mano callosa, prigioniero di quella pelle trasparente che lasciava intravedere il reticolo di vene scure. La sua era una figura incredibilmente magra e slanciata che agli occhi di un ingenuo spettatore si sarebbe potuta confondere nella confusione del traffico mattutino, tra quei primi vivaci bagliori di sole, nella frenesia di un giorno appena iniziato. Ma io non facevo parte di quella schiera di uomini qualunque in quel teatro che ogni giorno, ormai da mesi, ripeteva quell’insostenibile spettacolo.
Quella vecchiaccia non esisteva per altri che per me.
I suoi occhi maligni non erano nulla in confronto al particolare più insopportabile e disgustoso: la bocca, quella fessura volgare e raccapricciante, era contratta in un ghigno beffardo. E quegli occhi erano da sempre immobili, fissi su di me.
Seguivano per quel minuto orribile, pieni di odio, il mio solito tragitto dalla strada sino al momento in cui finalmente varcavo la soglia del mio ufficio, che mi proteggeva così da quella tortura.
Erano passati quasi tre mesi dalla prima volta in cui avevo percepito su di me quel suo sguardo inquisitore, una giornata come un’altra: come tutte le mattine mi apprestavo a raggiungere la mia scrivania e i miei calcoli, di buonumore dato che era venerdì e già pregustavo il programma che prevedeva la mia partenza quella sera per un weekend al lago con mia moglie Agatha. Era una delle ultime giornate di settembre, precisamente il 27, e fu quel giorno maledetto che la notai. Probabilmente era sempre stata lì. Prima di attraversare la strada il mio sguardo cadde su di lei e non si distolse: mi ero accorto che quegli occhi fissavano proprio me. All’inizio pensai che dovesse chiedermi qualcosa, e ricambiai il suo sguardo con fare interrogativo, senza ricevere risposta. Era ad una decina di metri di distanza, ritta vicino al muro del negozio di orologi, nonostante avesse a disposizione, a soli pochi passi, una panchina liberissima. Quegli occhi arrossati avevano la strana capacità di farmi sentire, senza alcun motivo razionale, un verme.
Feci un resoconto mentale di come fossi vestito chiedendomi, senza risultato, se ci fosse qualcosa fuori posto: ero perfettamente in ordine. Prima di uscire di casa, mezz’ora prima, mi ero diligentemente pettinato e rasato, il mio abbigliamento lo trovavo normale e ordinato, addirittura un po’ banale, come si conviene ad un impiegato come me.
Ma allora perché quella vecchia non cessava di fissarmi?
Con quei pensieri in testa la superai e raggiunsi il mio ufficio: una volta entrato in quel luogo familiare, dimenticai tutto. Dentro l’ascensore stavo già pregustando il caffè che mi aspettava al piano superiore. Mi accolse Diane, come tutte le mattine, con quel sorriso falso che conoscevo così bene. Probabilmente aveva di nuovo litigato con il marito, a giudicare dalle occhiaie violacee e l’aria nervosa. Nonostante tutto sembrava non trovare niente di strano nel mio aspetto, cosa che mi rassicurò del tutto. «È tutto a posto, signor Quincey? Ha l’aria strana, vuole che le porti un caffè doppio?»
Non pensai più a quello sguardo inquisitore e immotivato. Una volta uscito, ripensando alla scena, trovai con sollievo lo spazio di marciapiede fuori dal negozio di orologi vuoto e tranquillo, come se la vecchia non fosse mai esistita.
Il lunedì successivo la stessa identica storia. Non lo sapevo ancora, ma si sarebbe ripetuta ogni giorno. Ad attendermi lì alle 8 e 45 avrei trovato quell’essere ributtante ma soprattutto quello sguardo indescrivibile.

Diventai quasi un’altra persona, a causa di quell’ossessione. Non c’era alcun modo di risolvere la questione, quella donna era tenace e continuava a scrutarmi in quel modo terribile. Decisi di prendere quindici giorni di malattia, dissi ad Agatha che ero molto stressato e lei non fece troppe domande. Lei era sempre così comprensiva con me, con i suoi vestiti vaporosi e il profumo di lavanda che tutte le mattine accompagnava il mio risveglio. Ero stato ingiusto con lei, tutto per colpa di quella vecchia che, nonostante fosse lontana, mi seguiva con il suo sguardo fin dentro casa. Quando chiudevo gli occhi, a volte, trovavo il suo volto rugoso contratto in una smorfia. Dicevo, ero stato ingiusto con mia moglie parecchie volte, e lei se n’era accorta: ero sempre stato un uomo ragionevole, ma ora ogni occasione era buona per lamentarmi di lei e per esasperarla.
Agatha, dal canto suo, si lamentava poco e sopportava stoicamente quelle mie angherie, talvolta però la sentivo singhiozzare in bagno.

Era l’ultima notte di ferie, quella, e devo ammettere che la situazione sembrava migliorata. Mi ero ripromesso, l’indomani, di guardare da un’altra parte e di non farmi turbare da quell’essere: avevo fiducia nel mio autocontrollo. Ero allo stesso modo deciso a farmi perdonare per il comportamento ingiusto  che avevo tenuto con Agatha: preparai allegro la cena, unendo quel paio di ricette in cui sapevo destreggiarmi, pur non essendo un cuoco provetto. Mentre l’omelette si cuoceva a fuoco lento, mia moglie era entrata sorridente.
«Sono così felice di vederti allegro. Da qualche tempo non ti riconoscevo più: ero arrivata a pensare che avessi un’altra, ma d’altronde per quindici giorni non sei quasi uscito di casa!»
Aveva tra le mani un vistoso mazzo di peonie gialle. Lei amava avere in casa sempre fiori freschi, era una sua piccola mania.
«Lo sai, è tutta la questione degli straordinari che mi ha occupato in questi mesi.. Certi clienti sanno essere snervanti. Mi dispiace per quello che è successo»
«Ti piacciono questi fiori? Non sono le solite roselline, il fioraio era chiuso ma fortunatamente proprio lì vicino una vecchia signora vendeva fiori da lei coltivati.. non sono bellissimi?»
Sentendo quelle parole, mi balenò in testa l’immagine così familiare ed odiata. Non aveva senso pensare a lei anche in quell’occasione, eppure non potevo farne a meno. Forse ero davvero diventato pazzo.

Quell’orribile notte sognai in un modo che non mi era mai accaduto, in tutta la mia vita. Mi trovavo a casa mia, ma c’era qualcosa di strano, innaturale, come se nessuno ci avesse abitato per molto tempo. Il particolare che mi colpiva maggiormente era però quel mazzo di peonie gialle: si stagliavano nell’ambiente, sembravano quasi ardenti. Le vedevo oscillare come mosse dal vento nella penombra, irradiate di quella luce vibrante, come fossero un idolo d’oro. Era buio, e tutto sembrava immerso nel silenzio più profondo: continuavo a fissare i fiori, ammaliato. Mi accorsi che, immerso nel vaso che li conteneva, nell’acqua si trovava uno strano fermaglio, più splendente dei fiori. Curioso, lo presi da quell’ampolla  trasparente e notai che si trattava di una bella spilla dorata, una delle più grandi che avessi mai visto. Aveva l’ago stranamente sproporzionato, come fosse un piccolo pugnale, e delle peonie magistralmente incise sulla parte superiore. Toccandolo, mi ferii al dito, senza provare dolore. Da quella ferita, però, il sangue usciva come si trattasse di un rubinetto, non si fermava. Man mano che scivolava a terra, si formava una pozza ai miei piedi: spaventato mi scossi. Una voce, allora, la voce più orribile che avessi mai sentito cominciò a pronunciare parole incomprensibili. Sapevo di chi fosse quella voce, ne ero certo, nonostante l’avessi sempre, soltanto immaginata. Le parole si trasformarono e cominciarono ad assumere un significato alle mie orecchie:
«stanotte incontrerai l’abisso.»

Mi svegliai madido di sudore. L’incubo era finito. Che sciocco che ero stato a farmi condizionare da quella maledetta in quel modo!
Mentre i miei respiri si facevano meno affannosi mi accorsi che ero madido di sudore. Pensai che non era mai successo che sudassi così tanto a causa di uno stupido sogno. Un po’ preoccupato di prendere un raffreddore, mi asciugai la fronte. Il mio braccio era ancora più bagnato. Ero davvero confuso. Che strano sudore era quello, cos’ caldo e appiccicoso. L’oscurità era totale, ma riuscivo a distinguere la sagoma di Agatha, ancora addormentata accanto a me. Mi rilassai un attimo, confuso, incapace di dare una risposta a quella spiacevole sensazione di bagnato. Mi accorsi che il mio sudore aveva impregnato tutto il lenzuolo, lo realizzai mentre mi assaliva un terribile mal di testa e un viscerale, ingiustificato timore di accendere quella luce. Un’idea atroce era balenata nella mia testa dolorante. Il mio sudore aveva un odore troppo ferroso per essere tale, una fragranza inconfondibile. Eppure non avevo alcun dolore, a parte quel martellante mal di testa, a parte il fastidioso ricordo del sogno.  Infine mi feci coraggio e premetti l’interruttore.
In un attimo, quello che la corrente impiega a seguire il comando del pulsante e a diffondere la luce, fui colto dall’orrore più disperato. Il letto, la stanza erano ricoperti di quel terribile liquido rosso scuro, che finalmente si rivelava ai miei occhi. Ampi schizzi coprivano le pareti, fino a poche ore prima candide, ritinteggiate da poco. Le lenzuola erano completamente intrise. Ma il particolare più raccapricciante era a pochi centimetri da me: quell’ammasso scuro di carne e denti straziato da un gran numero di ferite e tagli profondi. Il viso era irriconoscibile, tra le pieghe scure delle coperte. Aveva assunto un’espressione agghiacciante, contratto in un urlo perpetuo.
Non avevo intenzione di guardare le mie mani e scoprirle grondanti del sangue di mia moglie, così la mia attenzione si concentrò su di un oggetto che non avevo subito notato, così terribilmente familiare. Un fermaglio dorato dalla punta robusta e tagliente, con quegli odiosi fiori incisi era beffardamente appoggiato sul mio cuscino.
No, quella non era la realtà.
Dopo aver scagliato l’oggetto lontano, fuori dalla finestra in quella buia notte d’inverno, tornato nel mio letto purpureo chiusi infastidito gli occhi, impaziente che quel sogno obbrobrioso avesse termine.

lunedì 21 maggio 2012


Ho aperto gli occhi. Troppo tardi.
Non c’è luce qui, non c’è movimento, solo uno sgocciolare snervante di un qualche liquido fetido. Le circostanze che mi abbiano portato in questo stato, le ignoro. Non posso nemmeno giudicare da quanto tempo sia in queste condizioni: abbastanza da avere crampi allo stomaco, non abbastanza da morire di sete o da essere colto da allucinazioni, almeno credo. Sarò qui più o meno da qualche migliaio di quei ticchettii, inesorabilmente solo in questo buio agghiacciante che sembra insinuarsi sin dentro la pelle, in questo tempo indeterminato. Solo io con i miei pensieri inutili ed inconcludenti.
Non sono abituato al silenzio, una parola dimenticata nel frastuono delle automobili, dei venditori ambulanti e delle sirene che così bene da sempre riempiono tutti gli spazi vuoti nella mia testa, mentre gli slogan dei manifesti elettorali mi tolgono le parole di bocca.
L’ultima cosa che riesco a ricordare, prima del risveglio, sono i colori vorticanti di una pubblicità di salsa di pomodoro che passava alla tv, con tanto di motivetto fastidioso, la logora poltrona del mio salotto su cui ero seduto, Mary Jane a pochi passi dietro di me che lasciava sfrigolare qualcosa in padella. Il fumo della sigaretta tra le mie dita e poi più niente, il nero.
Nel corso di queste poche migliaia di ticchettii ho tentato di trovare una spiegazione accettabile a questa situazione assurda: un rapimento, forse, o magari un sogno, o l’effetto di un allucinogeno. Non sono tuttavia riuscito a capacitarmi dell’esistenza di un simile posto, di un buio così profondo da non riuscire ad abituarmi o a scorgere la più flebile luce. Inoltre quale posto può avere un silenzio così assoluto da non far permeare alcun rumore ad eccezione di quello sgocciolare sommesso ma preciso come un orologio, che ogni minuto sembra farsi più insistente e distinto?
Non sono un uomo di fede, non sono mai stato superstizioso, ho sempre riso di quelli che si affidano a qualcosa di invisibile ed incerto: ho sempre posto le mie sicurezze in qualcosa di più tangibile. Ora mi chiedo se non sia morto, se i miei dubbi sull’esistenza di qualche entità non fossero ragionevoli: se questa fosse la fine, non ci sarebbe alcuna divinità, ci sarei solo io e la mia testa, il mio corpo di uomo maturo con i miei radi capelli che posso toccare, la mia voce, il mio urlo potente che ho provato poco fa, e il mio cuore che sento battere più veloce e distinto di quel maledetto ticchettio. Ho la memoria, e lo stomaco, e la saliva. Ora che ci penso, ho ancora la mia vestaglia addosso, con le ciabatte. Ho persino paura, e non si può avere paura quando si è già morti. Quando la vita finisce c’è il nulla, e se non ci fosse il nulla di certo ci dovrebbe essere qualcosa di più pittoresco di questa latrina.
Avendo appurato che non sono morto, intrappolato qui, tuttavia, potrei morire: questo non lo posso accettare, qualunque sia la natura della mia prigionia: c’è ancora quell’Alfa Romeo da comprare, poi il viaggio che ho in programma per l’estate, con Mary Jane.. e, no, proprio non può finire così, senza neanche il tempo di congedarsi dignitosamente dal mondo, senza nemmeno qualche giorno di preavviso per sistemare le cose, per fare un ultimo viaggio, per fare un’ultima volta l’amore, per guardare ancora una volta il cielo. Mi rifiuto di portare nell’eternità, nel nulla o in qualsiasi posto a cui sia destinato, il ricordo di una dannata salsa di pomodoro e il brusio anonimo e insignificante di una città, di una civiltà che sta esalando i suoi ultimi respiri. Non è da solo che voglio morire, senza che nessuno se ne accorga.
Il ticchettio si è fermato, l’urlo del silenzio è ancor più agghiacciante. Il mio stomaco non brontola più, il mio cuore non fa più rumore. Non posso essere morto, però. Nulla è cambiato ed ora che i minuti passano convengo che non c’è niente che possa darmi il sentore di un possibile, futuro cambiamento.
E di colpo la folgorante illuminazione: non sono morto, no di certo.
Forse semplicemente ho a lungo sognato ed ora, finalmente, ho aperto gli occhi.

lunedì 14 maggio 2012

Novecento, Bertolucci

Ieri sera mi sono decisa di vedere "Novecento" di Bertolucci, incuriosita dalle numerose critiche positive che avevo intravisto sia su internet che in un libro universitario di Cinema. Ora non so bene da dove iniziare per descrivere ciò che questa pellicola mi ha suscitato: si tratta di un'opera davvero imponente sia per la durata che per il tema di fondo, le dinamiche che hanno determinato il rapporto padrone/bracciante nell'Italia del nord nel corso della prima metà del Novecento, fino al 25 Aprile 1945, giorno della Liberazione.
Sono rimasta immediatamente colpita dall'iconicità delle inquadrature paesaggistiche, dalle musiche tipiche della campagna, dal fatto che soprattutto le scene iniziali fossero pervase da motivi dell'Opera. E' come se il regista sia riuscito a condensare, grazie a questi semplici elementi, tutta l'italianità, in quel folclore spontaneo e vitale della vita contadina di cui purtroppo oggi non è rimasto che il ricordo. Il film ribadisce continuamente l'importanza e l'onestà della vita agreste, quasi si trattasse di un primo Van Gogh, inserendo le vicende di mezzo secolo in questo contesto, che mostra sempre la contrapposizione presente nella invece corrotta e snaturata esistenza condotta dalla classe aristocratica. Bertolucci ha senza dubbio operato, se volessimo leggere Novecento in chiave storiografica, un'analisi piuttosto semplicistica delle dinamiche intercorse tra comunismo e fascismo, basando la vicenda su personaggi piuttosto piatti, fatta eccezione per il protagonista Alfredo, padrone della tenuta.
 Tuttavia, a mio avviso, l'opera non è da leggere in questo senso in quanto non si tratta di un'analisi del secondo conflitto mondiale, bensì dello scontro tra natura e artificio, istinti di un mondo spontaneo e vero che si oppone a quello illusorio ed effimero che si condensa nell'immagine della borghesia, del potente che vive alle spalle degli onesti contadini e che non ha scrupoli.
Se si vuole condannare la poco approfondita analisi storico-politica, inoltre, si dovrebbe prima considerare il periodo in cui il film è uscito, il dopoguerra. Non poteva ancora esserci una qualsiasi giustificazione ai soprusi del nazionalsocialismo in una nazione ancora prostrata dai lutti che aveva bisogno di una solida base che unisse ciò che la guerra aveva frammentato, che infervorasse le coscienze verso una ricostruzione consapevole. Per questo non mi sento di giudicare incompleta e semplicistica l'analisi della pellicola.
Il regista non esita a mostrare l'orrore della situazione a cui è stata sottoposta l'Italia: alcune scene sono incredibilmente crude (si intravede un certo influsso pasoliniano) ma mai fine a se stesse e contribuiscono a delineare uno scenario di crudeltà a cui però l'italiano volenteroso riesce a reagire, ribadendo la propria libertà e dignità, che non può essere comprata. 
E' quindi un inno di rivoluzione, di rinascita, una celebrazione della capacità dell'uomo che può evadere dal sistema alienante dell'economia e da quello sociale dell'emarginazione. E' un'incitamento all'impegno politico, alla coralità e alla condivisione, valori grazie ai quali, nel '45 come oggi, è possibile riscuotere la propria umanità.
Novecento è uno dei film che ogni italiano non dovrebbe mancare di vedere.



Non mi è rimasta
che questa manciata di schegge
rubate alle nubi lontane.
Non hanno colore
le mie mani rattrappite
per il troppo struggersi.
Non avevano nulla da stringere
niente da trattenere
ancora.

Non vedi?
ormai trasparenti e nude
si accasciano al ventre
-pallido e immobile marmo-
come falene esanimi
tremando lievemente
nel silenzio dell’abbandono.

Non hanno abbastanza vita
per sanguinare
e i frammenti scivolano
attraverso la carne
le parole invisibili piovono
come neve dai fiocchi brucianti.

Non senti il grido
che sale
dalle dita di gelo
e la saliva ottanio, livida
che secca in gola?

Non mi è rimasta
che questa poltiglia di ghiaccio
tra i polmoni e il sangue
grigio come l’occhio di un gatto
e tutto freme
dietro le labbra di pietra.


domenica 13 maggio 2012


Sento la polvere sotto le dita
grumo di plastica, materia vuota
un suono che batte e trema rimane
qualche sussurro fa capolino,
svanisce deluso per sempre nell’ombra
e china io taccio, trattengo il respiro
attendo che il battito torni a trovarmi
chiedendomi se sia reale o visione.

Poi gli occhi si aprono bianchi
all’improvviso il vero risuona
è in me che c’è l’ombra
nel cuore di latta
un povero abbozzo di carne
nient’altro che embrione
spezzato dai venti e dall’ombra
un unico misero nucleo
tra la melma rifulge.




Lasciami ancora credere nel tempo
già trascorso a perdermi
gridando perché solo un suono
sconvolga il tuo equilibrio incredibile.

Non sono mai riuscita
a vedere in altri occhi le falene del nord
e le vorrei tenere
ancora
le vorrei cullare
tra la pelle e il vuoto

Come le lacrime dolci dei sogni
facevano brillare i miei sospiri dolenti
adombrandoli di profumi sconosciuti
li lasciavano, muti, innocui esplodere
nella notte polare dalle mille stelle

Solo allora potevo chiudere gli occhi
e anche morire tra le stelle dell’artico
contando i limpidi astri lontani
di cui sentivamo il profumo
(quasi effluvi di ombre
che fanno vibrare una voce
non più reale ma viva)

Dispersi in capelli disciolti
mescolati, scoprivamo i volti raggianti
di una malinconia taciuta
di tempo che passa
di nubi ormai lontane e lucenti
ancora presenti in ricordi
mai esistiti che pulsano
battono e fremono in cima alle dita
che corrono e trovano in fondo
nient’altro che una debole gola
che modula un antico canto.

Tormento e dolcezza convivono
note ambrate di quelle falene
che nei tuoi occhi rifulgono
cercando l’abbraccio dell’aria.





Carne membra ossa sangue
desiderio negli occhi cuciti, segreto
dei demoni sotto le ciglia.

Quella goccia voleva fuggire in silenzio
crollando ha mosso la terra
le nubi squarciate dal tuono
l’hanno fatta lucente
brillante lacrima rossa
in fuga dall’orbita colma di vuoto.

Il buio urlava feroce, una stella moriva
nella bocca segnata da incubi e notti di veglie
le mani legate sui fianchi.
Impotenti occhi surrogato
sanguinano ancora
mentre il fuoco nel cielo già trema
-come tutte le sere alle sette-
liquida scure di sogni
si muove e non cade - da sempre.

Le labbra restano chiuse, vigliacche
la carne ribelle protesta
al doloroso sorriso insensato
che un muscolo stanco disegna.

Le pupille invisibili tremano
le palpebre forzano la loro prigione
che cede, un poco, ma invano
quegli occhi non son nati per vedere
ma per creare dolore
tormento d’assenza.

Le urla si fanno più forti
trema la pelle
pulsa il vuoto
nel cieco volto che ride
disperato
e in silenzio
ripete

«Io esisto»
«Io sono importante»
«Io sono felice»