Sono rimasta immediatamente colpita dall'iconicità delle inquadrature paesaggistiche, dalle musiche tipiche della campagna, dal fatto che soprattutto le scene iniziali fossero pervase da motivi dell'Opera. E' come se il regista sia riuscito a condensare, grazie a questi semplici elementi, tutta l'italianità, in quel folclore spontaneo e vitale della vita contadina di cui purtroppo oggi non è rimasto che il ricordo. Il film ribadisce continuamente l'importanza e l'onestà della vita agreste, quasi si trattasse di un primo Van Gogh, inserendo le vicende di mezzo secolo in questo contesto, che mostra sempre la contrapposizione presente nella invece corrotta e snaturata esistenza condotta dalla classe aristocratica. Bertolucci ha senza dubbio operato, se volessimo leggere Novecento in chiave storiografica, un'analisi piuttosto semplicistica delle dinamiche intercorse tra comunismo e fascismo, basando la vicenda su personaggi piuttosto piatti, fatta eccezione per il protagonista Alfredo, padrone della tenuta. Tuttavia, a mio avviso, l'opera non è da leggere in questo senso in quanto non si tratta di un'analisi del secondo conflitto mondiale, bensì dello scontro tra natura e artificio, istinti di un mondo spontaneo e vero che si oppone a quello illusorio ed effimero che si condensa nell'immagine della borghesia, del potente che vive alle spalle degli onesti contadini e che non ha scrupoli.
Se si vuole condannare la poco approfondita analisi storico-politica, inoltre, si dovrebbe prima considerare il periodo in cui il film è uscito, il dopoguerra. Non poteva ancora esserci una qualsiasi giustificazione ai soprusi del nazionalsocialismo in una nazione ancora prostrata dai lutti che aveva bisogno di una solida base che unisse ciò che la guerra aveva frammentato, che infervorasse le coscienze verso una ricostruzione consapevole. Per questo non mi sento di giudicare incompleta e semplicistica l'analisi della pellicola.
Il regista non esita a mostrare l'orrore della situazione a cui è stata sottoposta l'Italia: alcune scene sono incredibilmente crude (si intravede un certo influsso pasoliniano) ma mai fine a se stesse e contribuiscono a delineare uno scenario di crudeltà a cui però l'italiano volenteroso riesce a reagire, ribadendo la propria libertà e dignità, che non può essere comprata.
E' quindi un inno di rivoluzione, di rinascita, una celebrazione della capacità dell'uomo che può evadere dal sistema alienante dell'economia e da quello sociale dell'emarginazione. E' un'incitamento all'impegno politico, alla coralità e alla condivisione, valori grazie ai quali, nel '45 come oggi, è possibile riscuotere la propria umanità.
Novecento è uno dei film che ogni italiano non dovrebbe mancare di vedere.

Nessun commento:
Posta un commento