LA VECCHIA DELLA STRADA
Tutte le mattine, puntualmente, la vecchia era lì. Quegli occhi terribili, infossati nelle
orbite ossute, arrossati e spalancati: non mi davano tregua. Era come sempre
nella stessa posizione, a due passi dal negozio di orologi, il bastone serrato
nella mano callosa, prigioniero di quella pelle trasparente che lasciava
intravedere il reticolo di vene scure. La sua era una figura incredibilmente
magra e slanciata che agli occhi di un ingenuo spettatore si sarebbe potuta
confondere nella confusione del traffico mattutino, tra quei primi vivaci
bagliori di sole, nella frenesia di un giorno appena iniziato. Ma io non facevo
parte di quella schiera di uomini qualunque in quel teatro che ogni giorno,
ormai da mesi, ripeteva quell’insostenibile spettacolo.
Quella
vecchiaccia non esisteva per altri che per me.
I suoi
occhi maligni non erano nulla in confronto al particolare più insopportabile e
disgustoso: la bocca, quella fessura volgare e raccapricciante, era contratta
in un ghigno beffardo. E quegli occhi erano da sempre immobili, fissi su di me.
Seguivano
per quel minuto orribile, pieni di odio, il mio solito tragitto dalla strada
sino al momento in cui finalmente varcavo la soglia del mio ufficio, che mi
proteggeva così da quella tortura.
Erano
passati quasi tre mesi dalla prima volta in cui avevo percepito su di me quel
suo sguardo inquisitore, una giornata come un’altra: come tutte le mattine mi
apprestavo a raggiungere la mia scrivania e i miei calcoli, di buonumore dato
che era venerdì e già pregustavo il programma che prevedeva la mia partenza
quella sera per un weekend al lago con mia moglie Agatha. Era una delle ultime
giornate di settembre, precisamente il 27, e fu quel giorno maledetto che la
notai. Probabilmente era sempre stata lì. Prima di attraversare la strada il
mio sguardo cadde su di lei e non si distolse: mi ero accorto che quegli occhi
fissavano proprio me. All’inizio pensai che dovesse chiedermi qualcosa, e
ricambiai il suo sguardo con fare interrogativo, senza ricevere risposta. Era
ad una decina di metri di distanza, ritta vicino al muro del negozio di
orologi, nonostante avesse a disposizione, a soli pochi passi, una panchina
liberissima. Quegli occhi arrossati avevano la strana capacità di farmi
sentire, senza alcun motivo razionale, un verme.
Feci un
resoconto mentale di come fossi vestito chiedendomi, senza risultato, se ci
fosse qualcosa fuori posto: ero perfettamente in ordine. Prima di uscire di casa,
mezz’ora prima, mi ero diligentemente pettinato e rasato, il mio abbigliamento
lo trovavo normale e ordinato, addirittura un po’ banale, come si conviene ad
un impiegato come me.
Ma allora
perché quella vecchia non cessava di fissarmi?
Con quei
pensieri in testa la superai e raggiunsi il mio ufficio: una volta entrato in
quel luogo familiare, dimenticai tutto. Dentro l’ascensore stavo già
pregustando il caffè che mi aspettava al piano superiore. Mi accolse Diane,
come tutte le mattine, con quel sorriso falso che conoscevo così bene.
Probabilmente aveva di nuovo litigato con il marito, a giudicare dalle occhiaie
violacee e l’aria nervosa. Nonostante tutto sembrava non trovare niente di
strano nel mio aspetto, cosa che mi rassicurò del tutto. «È tutto a posto,
signor Quincey? Ha l’aria strana, vuole che le porti un caffè doppio?»
Non pensai
più a quello sguardo inquisitore e immotivato. Una volta uscito, ripensando
alla scena, trovai con sollievo lo spazio di marciapiede fuori dal negozio di
orologi vuoto e tranquillo, come se la vecchia non fosse mai esistita.
Il lunedì
successivo la stessa identica storia. Non lo sapevo ancora, ma si sarebbe
ripetuta ogni giorno. Ad attendermi lì alle 8 e 45 avrei trovato quell’essere
ributtante ma soprattutto quello sguardo indescrivibile.
Diventai
quasi un’altra persona, a causa di quell’ossessione. Non c’era alcun modo di
risolvere la questione, quella donna era tenace e continuava a scrutarmi in
quel modo terribile. Decisi di prendere quindici giorni di malattia, dissi ad
Agatha che ero molto stressato e lei non fece troppe domande. Lei era sempre
così comprensiva con me, con i suoi vestiti vaporosi e il profumo di lavanda
che tutte le mattine accompagnava il mio risveglio. Ero stato ingiusto con lei,
tutto per colpa di quella vecchia che, nonostante fosse lontana, mi seguiva con
il suo sguardo fin dentro casa. Quando chiudevo gli occhi, a volte, trovavo il
suo volto rugoso contratto in una smorfia. Dicevo, ero stato ingiusto con mia
moglie parecchie volte, e lei se n’era accorta: ero sempre stato un uomo
ragionevole, ma ora ogni occasione era buona per lamentarmi di lei e per
esasperarla.
Agatha,
dal canto suo, si lamentava poco e sopportava stoicamente quelle mie angherie,
talvolta però la sentivo singhiozzare in bagno.
Era l’ultima
notte di ferie, quella, e devo ammettere che la situazione sembrava migliorata.
Mi ero ripromesso, l’indomani, di guardare da un’altra parte e di non farmi
turbare da quell’essere: avevo fiducia nel mio autocontrollo. Ero allo stesso
modo deciso a farmi perdonare per il comportamento ingiusto che avevo tenuto con Agatha: preparai allegro
la cena, unendo quel paio di ricette in cui sapevo destreggiarmi, pur non
essendo un cuoco provetto. Mentre l’omelette si cuoceva a fuoco lento, mia
moglie era entrata sorridente.
«Sono così felice di vederti allegro. Da qualche tempo non ti riconoscevo più: ero arrivata a pensare che avessi un’altra, ma d’altronde per quindici giorni non sei quasi uscito di casa!»
«Sono così felice di vederti allegro. Da qualche tempo non ti riconoscevo più: ero arrivata a pensare che avessi un’altra, ma d’altronde per quindici giorni non sei quasi uscito di casa!»
Aveva tra
le mani un vistoso mazzo di peonie gialle. Lei amava avere in casa sempre fiori
freschi, era una sua piccola mania.
«Lo sai, è
tutta la questione degli straordinari che mi ha occupato in questi mesi.. Certi
clienti sanno essere snervanti. Mi dispiace per quello che è successo»
«Ti
piacciono questi fiori? Non sono le solite roselline, il fioraio era chiuso ma
fortunatamente proprio lì vicino una vecchia signora vendeva fiori da lei
coltivati.. non sono bellissimi?»
Sentendo
quelle parole, mi balenò in testa l’immagine così familiare ed odiata. Non
aveva senso pensare a lei anche in quell’occasione, eppure non potevo farne a
meno. Forse ero davvero diventato pazzo.
Quell’orribile
notte sognai in un modo che non mi era mai accaduto, in tutta la mia vita. Mi
trovavo a casa mia, ma c’era qualcosa di strano, innaturale, come se nessuno ci
avesse abitato per molto tempo. Il particolare che mi colpiva maggiormente era
però quel mazzo di peonie gialle: si stagliavano nell’ambiente, sembravano
quasi ardenti. Le vedevo oscillare come mosse dal vento nella penombra,
irradiate di quella luce vibrante, come fossero un idolo d’oro. Era buio, e
tutto sembrava immerso nel silenzio più profondo: continuavo a fissare i fiori,
ammaliato. Mi accorsi che, immerso nel vaso che li conteneva, nell’acqua si
trovava uno strano fermaglio, più splendente dei fiori. Curioso, lo presi da
quell’ampolla trasparente e notai che si
trattava di una bella spilla dorata, una delle più grandi che avessi mai visto.
Aveva l’ago stranamente sproporzionato, come fosse un piccolo pugnale, e delle
peonie magistralmente incise sulla parte superiore. Toccandolo, mi ferii al
dito, senza provare dolore. Da quella ferita, però, il sangue usciva come si
trattasse di un rubinetto, non si fermava. Man mano che scivolava a terra, si
formava una pozza ai miei piedi: spaventato mi scossi. Una voce, allora, la
voce più orribile che avessi mai sentito cominciò a pronunciare parole
incomprensibili. Sapevo di chi fosse quella voce, ne ero certo, nonostante l’avessi
sempre, soltanto immaginata. Le parole si trasformarono e cominciarono ad
assumere un significato alle mie orecchie:
«stanotte
incontrerai l’abisso.»
Mi
svegliai madido di sudore. L’incubo era finito. Che sciocco che ero stato a farmi
condizionare da quella maledetta in quel modo!
Mentre i
miei respiri si facevano meno affannosi mi accorsi che ero madido di sudore. Pensai
che non era mai successo che sudassi così tanto a causa di uno stupido sogno.
Un po’ preoccupato di prendere un raffreddore, mi asciugai la fronte. Il mio
braccio era ancora più bagnato. Ero davvero confuso. Che strano sudore era
quello, cos’ caldo e appiccicoso. L’oscurità era totale, ma riuscivo a
distinguere la sagoma di Agatha, ancora addormentata accanto a me. Mi rilassai
un attimo, confuso, incapace di dare una risposta a quella spiacevole
sensazione di bagnato. Mi accorsi che il mio sudore aveva impregnato tutto il
lenzuolo, lo realizzai mentre mi assaliva un terribile mal di testa e un
viscerale, ingiustificato timore di accendere quella luce. Un’idea atroce era
balenata nella mia testa dolorante. Il mio sudore aveva un odore troppo ferroso
per essere tale, una fragranza inconfondibile. Eppure non avevo alcun dolore, a
parte quel martellante mal di testa, a parte il fastidioso ricordo del sogno. Infine mi feci coraggio e premetti
l’interruttore.
In un
attimo, quello che la corrente impiega a seguire il comando del pulsante e a
diffondere la luce, fui colto dall’orrore più disperato. Il letto, la stanza
erano ricoperti di quel terribile liquido rosso scuro, che finalmente si
rivelava ai miei occhi. Ampi schizzi coprivano le pareti, fino a poche ore
prima candide, ritinteggiate da poco. Le lenzuola erano completamente intrise.
Ma il particolare più raccapricciante era a pochi centimetri da me:
quell’ammasso scuro di carne e denti straziato da un gran numero di ferite e
tagli profondi. Il viso era irriconoscibile, tra le pieghe scure delle coperte.
Aveva assunto un’espressione agghiacciante, contratto in un urlo perpetuo.
Non avevo
intenzione di guardare le mie mani e scoprirle grondanti del sangue di mia
moglie, così la mia attenzione si concentrò su di un oggetto che non avevo
subito notato, così terribilmente familiare. Un fermaglio dorato dalla punta
robusta e tagliente, con quegli odiosi fiori incisi era beffardamente
appoggiato sul mio cuscino.
No, quella
non era la realtà.
Dopo aver
scagliato l’oggetto lontano, fuori dalla finestra in quella buia notte
d’inverno, tornato nel mio letto purpureo chiusi infastidito gli occhi,
impaziente che quel sogno obbrobrioso avesse termine.
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