lunedì 21 maggio 2012


Ho aperto gli occhi. Troppo tardi.
Non c’è luce qui, non c’è movimento, solo uno sgocciolare snervante di un qualche liquido fetido. Le circostanze che mi abbiano portato in questo stato, le ignoro. Non posso nemmeno giudicare da quanto tempo sia in queste condizioni: abbastanza da avere crampi allo stomaco, non abbastanza da morire di sete o da essere colto da allucinazioni, almeno credo. Sarò qui più o meno da qualche migliaio di quei ticchettii, inesorabilmente solo in questo buio agghiacciante che sembra insinuarsi sin dentro la pelle, in questo tempo indeterminato. Solo io con i miei pensieri inutili ed inconcludenti.
Non sono abituato al silenzio, una parola dimenticata nel frastuono delle automobili, dei venditori ambulanti e delle sirene che così bene da sempre riempiono tutti gli spazi vuoti nella mia testa, mentre gli slogan dei manifesti elettorali mi tolgono le parole di bocca.
L’ultima cosa che riesco a ricordare, prima del risveglio, sono i colori vorticanti di una pubblicità di salsa di pomodoro che passava alla tv, con tanto di motivetto fastidioso, la logora poltrona del mio salotto su cui ero seduto, Mary Jane a pochi passi dietro di me che lasciava sfrigolare qualcosa in padella. Il fumo della sigaretta tra le mie dita e poi più niente, il nero.
Nel corso di queste poche migliaia di ticchettii ho tentato di trovare una spiegazione accettabile a questa situazione assurda: un rapimento, forse, o magari un sogno, o l’effetto di un allucinogeno. Non sono tuttavia riuscito a capacitarmi dell’esistenza di un simile posto, di un buio così profondo da non riuscire ad abituarmi o a scorgere la più flebile luce. Inoltre quale posto può avere un silenzio così assoluto da non far permeare alcun rumore ad eccezione di quello sgocciolare sommesso ma preciso come un orologio, che ogni minuto sembra farsi più insistente e distinto?
Non sono un uomo di fede, non sono mai stato superstizioso, ho sempre riso di quelli che si affidano a qualcosa di invisibile ed incerto: ho sempre posto le mie sicurezze in qualcosa di più tangibile. Ora mi chiedo se non sia morto, se i miei dubbi sull’esistenza di qualche entità non fossero ragionevoli: se questa fosse la fine, non ci sarebbe alcuna divinità, ci sarei solo io e la mia testa, il mio corpo di uomo maturo con i miei radi capelli che posso toccare, la mia voce, il mio urlo potente che ho provato poco fa, e il mio cuore che sento battere più veloce e distinto di quel maledetto ticchettio. Ho la memoria, e lo stomaco, e la saliva. Ora che ci penso, ho ancora la mia vestaglia addosso, con le ciabatte. Ho persino paura, e non si può avere paura quando si è già morti. Quando la vita finisce c’è il nulla, e se non ci fosse il nulla di certo ci dovrebbe essere qualcosa di più pittoresco di questa latrina.
Avendo appurato che non sono morto, intrappolato qui, tuttavia, potrei morire: questo non lo posso accettare, qualunque sia la natura della mia prigionia: c’è ancora quell’Alfa Romeo da comprare, poi il viaggio che ho in programma per l’estate, con Mary Jane.. e, no, proprio non può finire così, senza neanche il tempo di congedarsi dignitosamente dal mondo, senza nemmeno qualche giorno di preavviso per sistemare le cose, per fare un ultimo viaggio, per fare un’ultima volta l’amore, per guardare ancora una volta il cielo. Mi rifiuto di portare nell’eternità, nel nulla o in qualsiasi posto a cui sia destinato, il ricordo di una dannata salsa di pomodoro e il brusio anonimo e insignificante di una città, di una civiltà che sta esalando i suoi ultimi respiri. Non è da solo che voglio morire, senza che nessuno se ne accorga.
Il ticchettio si è fermato, l’urlo del silenzio è ancor più agghiacciante. Il mio stomaco non brontola più, il mio cuore non fa più rumore. Non posso essere morto, però. Nulla è cambiato ed ora che i minuti passano convengo che non c’è niente che possa darmi il sentore di un possibile, futuro cambiamento.
E di colpo la folgorante illuminazione: non sono morto, no di certo.
Forse semplicemente ho a lungo sognato ed ora, finalmente, ho aperto gli occhi.

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