Ho aperto gli occhi. Troppo tardi.
Non c’è luce qui, non c’è movimento, solo uno sgocciolare
snervante di un qualche liquido fetido. Le circostanze che mi abbiano portato
in questo stato, le ignoro. Non posso nemmeno giudicare da quanto tempo sia in
queste condizioni: abbastanza da avere crampi allo stomaco, non abbastanza da
morire di sete o da essere colto da allucinazioni, almeno credo. Sarò qui più o
meno da qualche migliaio di quei ticchettii, inesorabilmente solo in questo
buio agghiacciante che sembra insinuarsi sin dentro la pelle, in questo tempo
indeterminato. Solo io con i miei pensieri inutili ed inconcludenti.
Non sono abituato al silenzio, una parola dimenticata nel
frastuono delle automobili, dei venditori ambulanti e delle sirene che così
bene da sempre riempiono tutti gli spazi vuoti nella mia testa, mentre gli
slogan dei manifesti elettorali mi tolgono le parole di bocca.
L’ultima cosa che riesco a ricordare, prima del
risveglio, sono i colori vorticanti di una pubblicità di salsa di pomodoro che
passava alla tv, con tanto di motivetto fastidioso, la logora poltrona del mio
salotto su cui ero seduto, Mary Jane a pochi passi dietro di me che lasciava
sfrigolare qualcosa in padella. Il fumo della sigaretta tra le mie dita e poi
più niente, il nero.
Nel corso di queste poche migliaia di ticchettii ho
tentato di trovare una spiegazione accettabile a questa situazione assurda: un
rapimento, forse, o magari un sogno, o l’effetto di un allucinogeno. Non sono
tuttavia riuscito a capacitarmi dell’esistenza di un simile posto, di un buio
così profondo da non riuscire ad abituarmi o a scorgere la più flebile luce.
Inoltre quale posto può avere un silenzio così assoluto da non far permeare
alcun rumore ad eccezione di quello sgocciolare sommesso ma preciso come un
orologio, che ogni minuto sembra farsi più insistente e distinto?
Non sono un uomo di fede, non sono mai stato
superstizioso, ho sempre riso di quelli che si affidano a qualcosa di invisibile
ed incerto: ho sempre posto le mie sicurezze in qualcosa di più tangibile. Ora
mi chiedo se non sia morto, se i miei dubbi sull’esistenza di qualche entità
non fossero ragionevoli: se questa fosse la fine, non ci sarebbe alcuna
divinità, ci sarei solo io e la mia testa, il mio corpo di uomo maturo con i
miei radi capelli che posso toccare, la mia voce, il mio urlo potente che ho
provato poco fa, e il mio cuore che sento battere più veloce e distinto di quel
maledetto ticchettio. Ho la memoria, e lo stomaco, e la saliva. Ora che ci
penso, ho ancora la mia vestaglia addosso, con le ciabatte. Ho persino paura, e
non si può avere paura quando si è già morti. Quando la vita finisce c’è il
nulla, e se non ci fosse il nulla di certo ci dovrebbe essere qualcosa di più
pittoresco di questa latrina.
Avendo appurato che non sono morto, intrappolato qui,
tuttavia, potrei morire: questo non lo posso accettare, qualunque sia la natura
della mia prigionia: c’è ancora quell’Alfa Romeo da comprare, poi il viaggio
che ho in programma per l’estate, con Mary Jane.. e, no, proprio non può finire
così, senza neanche il tempo di congedarsi dignitosamente dal mondo, senza
nemmeno qualche giorno di preavviso per sistemare le cose, per fare un ultimo
viaggio, per fare un’ultima volta l’amore, per guardare ancora una volta il
cielo. Mi rifiuto di portare nell’eternità, nel nulla o in qualsiasi posto a
cui sia destinato, il ricordo di una dannata salsa di pomodoro e il brusio
anonimo e insignificante di una città, di una civiltà che sta esalando i suoi
ultimi respiri. Non è da solo che voglio morire, senza che nessuno se ne
accorga.
Il ticchettio si è fermato, l’urlo del silenzio è ancor
più agghiacciante. Il mio stomaco non brontola più, il mio cuore non fa più
rumore. Non posso essere morto, però. Nulla è cambiato ed ora che i minuti
passano convengo che non c’è niente che possa darmi il sentore di un possibile,
futuro cambiamento.
E di colpo la folgorante illuminazione: non sono morto,
no di certo.
Forse semplicemente ho a lungo sognato ed ora,
finalmente, ho aperto gli occhi.
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